L’importanza di chiamarsi Hemingway


Il titolo del libro di cui vi parlo oggi, L’importanza di chiamarsi Hemingway di Anthony Burgess fa il verso a L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde. E il gioco di titoli raddoppia, visto che già quello dell’opera di Wilde, nota anche come L’importanza di essere onesto (probo, franco, fedele) “scherza” con il nome del protagonista – che proprio come Hemingway si chiama Ernesto (anche se lo spelling del nome è differente) – nel bisticcio di parole e pronunce che in italiano non è traducibile (Earnest=Onesto / Ernest= Ernesto).

Non credo di aver mai recensito nulla di Ernest Hemingway, sebbene sia un autore che ho amato tanto e che amo tantissimo. Penso che sia dovuto al timore di dovermi confrontare con recensioni e studi sull’autore americano che ho solo letto con grande passione e non studiato approfonditamente. Dell’autore del libro, ho letto solo Arancia Meccanica, ma nel caso di questo libro il suo ruolo è differente. La sua penna, infatti, si trova a tracciare una biografia, di uno fra i più grandi narratori del Novecento. E raccontare la vita di Hemingway non è certo cosa facile, almeno senza rischiare di prendere scivoloni importanti nel descrivere le follie e l’eccentricità di questo grande autore. Quello che ne risulta è un ritratto ironico, a volte irriverente, ma sempre misurato che riconosce i meriti dello scrittore e mette a confronto l’autore con l’uomo.

Così, l’immagine di Hemingway grande bevitore di daiquiri  prima a L’Avana a Cuba e poi sull’isola di Key West (dove ho visitato la sua casa-museo, ancora oggi popolata dai gatti polidattili che – proprio come faceva l’autore – vengono “battezzati” con nomi di grandi della letteratura, dello spettacolo, della scienza… e il suo bar preferito), ma in generale uomo sopra le righe, macho forte e rude, spirito libero e cacciatore di belve feroci, appassionato di boxe e di donne non rischia di offuscare la figura del Premio Nobel (nel 1954, e l’anno prima del Premio Pulitzer) conferitogli per l’intensità delle sue pagine indimenticabili di Per chi suona la campana, de Il vecchio e il mare, di  Addio alle armi, di Fiesta…  Pagine evocative che raccontano la cruda verità, realismo puro senza orpelli letterari a imbellirlo, una scelta dettata anche dall’aver lavorato come giornalista, cronista, inviato e dall’aver scelto di raccontare quello che gli veniva dettato dall’esperienza personale perché «per impegnarsi nella letteratura, bisogna prima impegnarsi nella vita».

Due facce della stessa medaglia quella della vita personale e quella delle sue opere, che ci conducono verso l’ultimo – probabilmente inevitabile – atto. L’importanza di chiamarsi Hemingway è un libro da leggere, in assoluto e in particolare da chi ha amato le sue pagine per imparare a conoscere l’uomo dietro le grandi gesta raccontate dall’autore; un uomo complesso, malinconico, depresso, frustrato, desideroso di essere sempre all’altezza di quello che era già stato. Per impedire che i difetti dell’uomo offuschino la sua opera e la sua memoria letteraria. Il tutto raccontato con una penna ironica e tagliente in prosa elegante.

Carla

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