Vi ho recentemente parlato di uno dei miei libri preferiti, il mio primo “libro al quadrato”. Ma non vi ho detto che dopo aver letto “La storia infinita” mi sono dedicata alla lettura dell’opera omnia di Michael Ende. Il secondo romanzo dello scrittore tedesco che mi passò fra le mani è stato “Momo“, che p stato anche oggetto di due trasposizioni cinematografiche: un lungometraggio nel 1986 e un cartone animato nel 2001. Il tema al centro del racconto è il tempo e soprattutto del modo in cui viene impiegato nella società moderna: una profonda e feroce critica del consumismo e della frenesia del vivere moderno.
Sapete chi è Erzebet Bathory? Se comprate qualunque testo sui serial killer famosi nei secoli il nome di questa contessa c’è sempre. Conosciuta anche come Elisabetta Bathory, ma soprannominata anche come la Contessa Dracula, visse tra la Slovacchia e l’Ungheria tra il 1560 e il 1614. Per coltivare la sua bellezza dissanguava le sue vittime, giovani e belle ragazze, e si racconta che facesse il bagno nel loro sangue, solo dopo avere assistitito, o essere stata lei stessa protagonista delle terribili torture che venivano inflitte alle donne.
Quante ne uccise? Le vittime accertate sono cento, ma sembra che la Contessa Dracula, di fanciullette, ne abbia massacrate oltre trecento. Un diario, ritrovato nella sua casa, fornisce un’altra cifra, spaventosa, e dice che le giovani assassinate sono state 650, un numero impressionante.
Sono sempre stata una bambina piuttosto assennata. E non ho mai perso la mia bambola preferita. Non ho mai sofferto questa sorta di “distacco con responsabilità” che vive Elsi, ragazzina protagonista insieme allo scrittore Franz Kafka, del romanzo di cui parliamo oggi: “Kafka e la bambola viaggiatrice” di Jordi Sierra i Fabra. Non ho mai vissuto questo dolore, ma se mi fosse capitato di perdere la mia amica del cuore, la mia confidente segreta e silenziosa, mi sarebbe piaciuto che qualcuno inventasse per me la stessa strategia anti-sofferenza ideata da Kafka per questa bimbetta, pur di vederla smettere di piangere, pur di non sentire quei singhiozzi.
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Avevo un cane una volta. Si chiamava Lucky ed era un dalmata stupendo. Me lo avevano regalato i miei compagni di classe del liceo il giorno del mio diciottesimo compleanno facendolo arrivare, magro magro, seduto dentro ad un cestino bardato da un fiocco rosso. Fece pipì in giro quella sera stessa e durante la festa, non una volta, dovetti prendere lo straccio e armarmi di buona volontà.
E’ morto tre anni fa e per diversi mesi non ho voluto neanche accarezzarlo un cane. Poi un giorno in spiaggia mi si è avvicinato un cucciolo di pastore maremmano che si era perso e, fino a quando, non è arrivato il suo padrone a cercarlo ero ben decisa a portarmelo a casa 🙂
A un anno esatto dal mio matrimonio, non potevo scegliere un titolo più adatto. Il romanzo “Un matrimonio perfetto” è stata per me una scoperta (tutto sommato recente). Da ragazzina, infatti, ho amato profondamente il film “Una sposa per due” di Henry Levin, con Sandra Dee (1962). Una storia deliziosa, romantica e divertente che non sapevo essere tratta da un libro.
A Natale dello scorso anno, un caro amico – col quale avevo visto il film decine e decine di volte – mi ha regalato un manuale di addestramento per cani… Cosa che, all’inizio mi ha un po’ scioccata. Poi, ho messo insieme i pezzi e non ho più smesso di ridere. Il regalo, infatti, si ispirava a una scena del film in particolare, ma più in generale a uno dei motori comici della narrazione. Vediamo perché.
Mariangela ha aperto un varco enorme sul mio bacino di letture per bambini e ragazzi. Sin da bambina, sono stata abituata a leggere molto. Mi piaceva sedermi sul divano accanto a mia mamma che leggeva con un libro sulle ginocchia… E questo anche prima di imparare a leggere. E da una passione, negli anni è nato un mestiere (e forse anche più di uno). Quando facevo la libraia (come ha sostenuto Pietrangelo Buttafuoco in una mia – abbastanza recente – intervista, “non si smette mai di essere librai” e, quindi, anche se non esercito più, continuo a esserlo) avevo stilato un elenco di “titoli indispensabili” nellabiblioteca dell’animadi ciascuno di noi. Libri, romanzi, albi illustrati… che – a mio avviso – devono far parte del percorso di educazione letteraria di ciascun giovane lettore. Fra questi, c’è “La storia infinita” di Michael Ende.
Ho riflettuto molto su quale libro scrivere il post di oggi. Il fatto è che – come sono sempre stata solita fare – leggo più libri contemporaneamente… Non vi sarà difficile dunque immaginare lo stato del mio comodino: un vano per accogliere le numerose letture in corso e una torre di Pisa pericolante sulla superficie principale (che molto spesso finge che di potersi estendere all’infinito aprendo il cassetto sottostante, e poi quello ancora più in basso, creando così anche un pericoloso piano inclinato). Non sapevo decidere quale fra questi libri raccontarvi, così ho deciso di segnalarvi un romanzo epistolare buono per tutte le stagioni (quelle coccole letterarie che ti sanno offrire conforto) che puntualmente ogni inizio d’anno scolastico, mi trovo a rileggere… Normalmente – ma non solo – in classe con i miei alunni. (Già perché io sono anche un’insegnante di lettere).
Ci sarebbero infiniti aggettivi (qualificativi) che ci permetterebbero di invogliarvi all’acquisto di questo romanzo: particolare, innovativo, divertente, irriverente. Ma quello che più frequentemente è tornata nei racconti-spiegazione-recensione-descrizione del romanzo in questione (fatti a mia mamma, a Mariangela, agli amici…) è – senza dubbio – stato “GENIALE“. E questo per tanti, tantissimi motivi: a partire dall’idea alla base della narrazione, per finire con l’impostazione grafica del romanzo, passando per i mille e più “rimandi” e citazioni che trovano spazio all’interno del romanzo.
Vediamo di spiegare dentro cosa ci troviamo. Quando si apre “La vendetta del traduttore” di Brice Matthieussent ci immergiamo nelle note a piè pagina (quelle che si trovano al di sotto di una linea nera che divide il testo tradotto dalle N.d.T, ossia le note del traduttore).
Ve l’avevo detto, dopo avere letto le Cinquanta sbavature di Gigio non ho potuto fare a meno di passare, per la curiosità, al libro, anzi, ai libri, che avevano generato quell’idea che, ancora adesso mi fa sorridere .
Ho acceso il mio iPad sono andata nella sezione dedicata ai libri e ho scaricato l’anteprima dell’ebook di Cinquanta sfumature di Grigio, di E.L.James, edito da Mondadori. Credo fossero i primi due capitoli. Ci ho pensato per tutta la notte e poi l’indomani, ho scaricato l’ebook completo (costa poco meno di sette euro la versione digitale ).
Dopo neanche dieci giorni avevo acquistato anche Cintanta sfumature di Nero e Cinquanta sfumature di rosso.
E’ inutile che ve lo ricordi, il libro ha fatto parlare di sé da quando l’otto giugno scorso è arrivato anche nelle librerie italiane, diventando un vero e proprio caso editoriale.
Di tanto in tanto mi capita. Non sono una che rilegge spesso, ma ci sono alcuni titoli della mia biblioteca personale che di tanto in tanto tornano sul mio comodino… E sempre con mia somma soddisfazione. Sono un po’ dei libri rifugio, in cui torno a cercare eventi e situazioni che in qualche modo mi aiutano a mettere ordine nella mia vita.
“Il giovane Holden” è un po’ così. Mia mamma mi suggerì di leggerlo quando avevo la stessa età, la stessa voglia di rivalsa, la stessa rabbia incontenibile nei confronti del mondo, lo stesso desiderio di ribellione del protagonista Holden Caulfield. Mia mamma sosteneva non solo che l’avrei amato con tutta me stessa, ma anche che mi sarei identificata molto con Holden e che – magari – leggerlo mi avrebbe aiutata a capire di più anche il mondo degli adulti. Io ero un po’ perplessa: cosa avrei potuto trovare in un romanzo, pubblicato nel 1951 e facente riferimento alle settimane immediatamente precedenti al Natale del 1947? Ma già dopo poche pagine avevo dovuto ricredermi, perché l’attualità della storia è incredibile…