Una stanza tutta per sé


Oggi è martedì, è il turno di uno dei nostri ospiti. Stavolta, nella rubrica Matti per le Matte, arriva una lettrice che ci ha scoperto sul web e che, qualche giorno fa, ci ha chiesto di poter scrivere qualcosa. Noi le abbiamo detto subito di sì e lei non ha perso tempo. Si chiama Rosa Susi e sul fatto che sia una vera Matta da Leggere non abbiamo dubbi. Buona lettura a voi!

Tutti la ricordiamo così. In quell’intenso profilo dei vent’anni, vestita di bianco, i capelli scuri raccolti, i lineamenti delicati … e quegli occhi: come velati da una silente malinconia, persi in chissà quali guizzanti pensieri che come pesciolini abboccano all’amo. Sì, qui c’è tutta lei, Virginia Stephen, e se il nome non vi dice nulla, evitate pure di arrossire, ancora oggi è sicuramente più famosa da sposata che da nubile, per quanto riguarda l’onomastica: parliamo di Virginia Woolf.

No, no, mettete via i quaderni di appunti del liceo, giù le mani dai volumi di letteratura (evitiamo di sollevare polveroni!) perché – e qui arriva la buona notizia – in tutta sincerità di questa donna né so tanto quanto voi. Ebbene sì, è così, sono ancora una piccola, molto, mooolto piccola, esploratrice del continente Woolf e vi confesso che la prima volta che ho letto Mrs Dalloway mi sono sentita come una bambina in acqua che non sa nuotare. Allora ho detto, okay, facciamo un piccolo passo indietro: e sono incappata in A room of one’s own (Una stanza tutta per sé). Seguite il consiglio: passate prima di qui, è un sentiero meno impervio.

Lineare, chiara, lucida, consequenziale, una prosa decisamente più rassicurante rispetto ai romanzi, una prosa che ha un po’ del racconto, un po’ della morbidezza della lirica, ma anche laconica se necessario, perché le cose vanno dette come stanno, la realtà va guardata in faccia. E la realtà che Woolf ha sotto gli occhi, passeggiando nel parco di Oxbridge (Oxford-Cambridge), nella visita al British Museum, ipotizzando una storia per l’immaginaria Judith Shakespeare (sorella del gigante della drammaturgia), mostra un mondo ancora precluso alle donne, in cui le donne hanno ancora molto dire ma non hanno ancora i mezzi sufficienti per farlo, non hanno ancora una stanza tutta per sé.

Guardiamo solo alla letteratura di casa nostra: i nomi femminili in pratica cominciano con Grazia Deledda che forse con un po’ di fortuna riesce a occupare un paragrafo nei manuali. Al più alcuni coraggiosi come Romano Luperini riportano un capitolo intero su Elsa Morante. Ma quanti studenti si soffermeranno poi su quel capitolo è un’altra faccenda.

Stando così le cose, nel volgere lo sguardo all’Inghilterra, tutti esulterete certamente con in bocca i nomi di Jane Austen, delle sorelle Bronte, di George Eliot. E che nomi ragazzi! Alzino la mano quelli che non terrebbero sotto il cuscino Pride and prejudice e Jane Eyre. Ma Woolf ha gli occhi ben aperti e la penna impietosa e ci mostra il triste paradosso di una scrittrice come Charlotte Bronte che con un talento forse persino superiore a Jane Austen, bisogna riconoscerlo, è riuscita a dire molto meno. Il punto è questo: nessuna donna dovrà più scrivere Jane Eyre, nessuna donna dovrà più scrivere di nascosto, costretta a chiamarsi Currer Bell, sentendo su di sé il peso dell’immagine che gli scrittori maschi le hanno affibbiato: quell’abito ormai è troppo stretto.
In conclusione tutto quello che vorrei dire è: mettiamo da parte, davvero, le grandi immagini: credo che Virginia possa parlarci molto di più e in modo molto più profondo e intimo se penseremo a lei come a una madre, a una “Mamma di penna”.

(Una stanza tutta per sé/Virginia Woolf/BUR/pp 226/ 10,00 euro)

Rosa Susi

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