
Settimo libro dell’anno…
…e terzo del Drink Book Club.
Siamo sempre un sacco a vederci. L’ultima volta che siamo state insieme, lo scorso 4 maggio, eravamo in 15 e avevamo anche due new entry: una era mia sorella, incredibile direi, e l’altra un’amica che però ha già detto che non si farà più vedere fino a quando non leggeremo un altro giallo, e per il prossimo giro abbiamo un romanzo senza ammazzatine.
È stato un bell’incontro, diverso da tutti quelli fatti fino ad adesso, perché il protagonista del libro era un paninaro. Anzi, uno zozzone, visto che il libro è ambientato a Roma. E allora una delle clubbers ha avuto la magica idea di vederci proprio da un paninaro.
Se siete di Catania sapete chi è Jonhatan. Sapete che non è più dove stava una volta, ma anche che non è cambiato poi molto, anche se adesso ha delle pareti attorno alle friggitrici, e pure un bagno, che male non fa, soprattutto per chi, come me, rimane fedele al principio secondo cui al Drink Book Club si beve e si beve Campari Spritz, almeno al primo giro.
L’incontro stavolta lo abbiamo inaugurato con un panino, di quelli zozzi appunto. Io l’ho preso alla fine, con chi è rimasto ancora per quattro chiacchiere. Nel frattempo i paninari e chi i panini se li calava ci guardavano, noi e i nostri libri sul tavolo, come fossimo bestie rare. Ma vi assicuro che c’è stato anche chi, delle nostre discussioni librarie, non si è perso nemmeno una parola.
E allora adesso l’idea non è solo quella di ritrovarsi in un posto dove bere, ma anche in un posto che abbia qualche connessione con il libro.
Parliamo del libro: Il cielo degli invisibili di François Morlupi, Feltrinelli.
E partiamo da una domanda: chi lo ha scelto questo titolo? L’autore o l’editore? Perché quello che di evocativo evocano quelle quattro parole messe insieme, nelle pagine del libro non c’è proprio nulla.
Mettiamola così: è stato come scartare un regalo riposto in una confezione bellissima, per poi accorgersi che dentro c’era… una sola.
Eh già.
Nelle votazioni che abbiamo raccolto raccontandoci il libro, non credo che siamo andate oltre il 6. E sicuramente c’è tanto sotto la sufficienza.
La storia è ambientata a Roma e parte dal camion dei panini di Otello De Bartolo che, con un nome così, non poteva che essere un personaggio. E infatti, innamorato della letteratura, dà ai suoi panini i nomi di opere letterarie. Il camion si chiama Panini Parlanti, e quelli che si addentano sono Guerra e Pace, Madame Bovary, Delitto e Castigo e tanto altro.
A me faceva pensare al signor Pippo, uno dei paninari più famosi di Catania, che, in attesa di metterti in mano uno dei suoi “bambini”, teneva a volume altissimo la radio con le cassette, facendoti ascoltare musica rock di cui lui era coltissimo.
Ed era stato proprio questo a farmi scegliere il libro e a proporlo alle mie compagne di avventura, dimostrandomi talmente entusiasta…da trarci tutte in inganno.
Otello lavora davanti al Policlinico Umberto I e un giorno si accorge che uno dei suoi clienti abituali, uno specializzando, è sparito da un po’. Contemporaneamente avvengono delle sparizioni strane, ma riguardano alcuni senzatetto e quindi in molti nemmeno se ne preoccupano, almeno non subito.
Comincia così un’indagine ufficiale, quella dei carabinieri, e una non ufficiale, quella di Otello e di tutti i suoi amici. Un giallo che diventa commedia e che strappa più sorrisi che patemi d’animo, questo è il suo merito.
Io dico che i temi qui dentro sono tanti, da quelli sociali a quelli culturali, ma secondo me nessuno di questi è trattato come sarebbe stato giusto fare. Anche questo mondo degli invisibili che dà il titolo al libro avrebbe meritato un po’ di sforzo narrativo in più, visto che, in fin dei conti, era il vero centro della storia.
Avrei voluto che l’autore, con ogni personaggio, ci avesse perso due minuti in più, per caratterizzarlo meglio.
Il più ben riuscito? Forse Virgilio, che è un pappagallo che sta al camion dei panini ed è quello con più carattere di tutti.
Gli spunti di riflessione sono tanti, ma è come se l’autore avesse lasciato sul suo percorso delle bricioline. Troppo poche, però, perché i piccioni non le facessero fuori prima che il lettore riuscisse ad afferrarle.
Roma? Un rumore di fondo.
Siamo tra il noir e la narrativa sociale, rimanendo però in una via di mezzo così indecisa da non riuscire ad andare in profondità né nell’uno né nell’altra.
Capisco che il libro voglia essere un pretesto per parlare di una realtà spesso dimenticata, quella dei clochard, ma così, secondo me, non ci è riuscito.
Una letturina che sarebbe stata meglio fare d’estate e per la quale mi tengo buona la frase di una delle mie amiche di lettura: “Avrei voluto non spendere questi 18 euro”.
Non avrei saputo esprimere meglio questa idea.
(Il Cielo degli invisibili/ Francois Morlupi/ Feltrinelli/ pp 240/ € 18,00)
Mari
