
Dodicesimo libro dell’anno.
E già qui dovrebbe scattare un applauso. Perché siamo a luglio e io ho appena raggiunto il numero di libri che avevo letto in tutto l’anno scorso.
L’applauso, però, scemerà non appena comincerò a raccontare il libro. Ma ci sono ancora un paio di righe per continuare a sentire lo scroscio delle mani che battono gioiose.
Come sono aulica.
Vita avventurosa di un’acciuga cantabrica di Lucio Di Cicco (L’Orma Editore) è stato il quinto libro del Drink Book Club. Ma prima del libro voglio raccontare l’ultimo incontro, perché non è stato solo un club di lettura: è stata un’uscita tra amiche.
Visto che a Catania si schiattava di caldo, stavolta siamo salite in macchina, abbiamo lasciato la città e siamo andate a Zafferana Etnea a mangiare una roba che per me è “patrimonio dell’UNESCO”: la pizza siciliana, rigorosamente fritta e piena di tuma, acciughe e pepe nero.
No, la scelta del condimento non era stata fatta in onore al libro. Di voluto c’era solo il fritto.
Ci siamo ritrovate a chiacchierare con una temperatura tra i 23 e i 25 gradi. Abbiamo parlato di libri, certo, ma anche di tanto altro. Alla fine erano quasi le undici e mezza e io ero troppo contenta. Si respirava un’aria bella, leggera, con un sottofondo di ciauro di olio fritto (di quello buono). E vedere insieme questo gruppo, fatto di donne che probabilmente nella vita non si sarebbero mai incontrate, parlare come se le parole fossero olio che scorre tra gli ingranaggi, è sempre una piccola magia.
Detto questo…
Il libro non ci è piaciuto.
Al momento dei voti nessuno ha superato il 6,5 e c’è stato persino un NC, un “non classificato”.
La storia, sulla carta, è potenzialmente molto bella. Un bambino che vive in una città di mare combina una marachella più grossa del consentito, si spaventa e si nasconde su una nave attraccata al porto per sfuggire alle forze dell’ordine. Solo che la nave salpa e lui si ritrova a vivere una vita da marinaio, o meglio diventa uno di quelli che in Sicilia chiamiamo “sauta fossi” (salta fossi. Ai non siciliani spiegherò il concetto solo su richiesta). Il libro in realtà prende il via dal racconto che lui fa della sua vita, ritrovandosi su una nave dove attende di essere giustiziato. E’ lui a raccontare la sua vita ad un boia, mentre la sua morte si avvicina.
Viaggia dal Mediterraneo alla Patagonia, senza fermarsi mai in un posto davvero, tanto da poterlo chiamare casa. Incontra tante donne di cui si innamora e, tra queste, c’è persino un’acciuga, Alice.
Il libro parte benissimo. È scritto bene, si legge con piacere e la storia incuriosisce. Del resto, a chi non piacciono le avventure di mare?
Poi, però, dopo una cinquantina di pagine, io ho cominciato a perdere il filo. E a quanto pare non è successo solo a me. Proprio sono andata in confusione, la parole sembravano prendere strade completamente diverse.
Titolo e copertina avevano alzato tantissimo le mie aspettative, ma più andavo avanti e meno avevo voglia di arrivare alla fine.
L’ho trovato confusionario. E non ho amato il protagonista, che mi è sembrato uno di quegli uomini che nella vita non vorrei mai incontrare. Sì, c’è un tentativo di redenzione, ma non credo che funzioni come probabilmente l’autore avrebbe voluto.
E poi c’è Alice, l’acciughina.
Di lei avrei voluto sapere molto di più. Invece è lì, ma quasi non si vede. Un po’ come tante altre cose del romanzo. Sicuramente è voluto, ma è un’altra cosa che mi ha dato il senso di incompiuto.
Dopo averlo letto, discusso e archiviato, sono andata a leggermi un po’ di recensioni online, cercando di capire se fossimo state noi a non aver colto qualcosa.
E mi sono chiesta: ma io e voi abbiamo letto lo stesso libro?
Perché i toni sono quasi sempre entusiasti. Si parla di avventure marine (boh… dove?), di culture diverse (così appena sfiorate che faccio fatica a definirle tali), di viaggio dell’anima (il protagonista ce l’ha un’anima? A me è sembrato sempre molto concentrato sul proprio orticello), della forza della natura (…).
Poi ci sono tutte quelle citazioni e quei riferimenti che, a quanto pare, andrebbero colti tra le righe. E magari è davvero un limite mio. Non significa che io non abbia cultura; significa semplicemente che, forse, una storia dovrebbe riuscire a parlare anche a chi quei riferimenti non li possiede. Magari in questi casi, per progetti un po’ troppo filosofici, le secondo di copertine bisognerebbe scriverle meglio, i titoli un po’ meno depistanti, e mettere magari un “istruzioni per l’uso” da qualche parte.
In fondo…sono gusti.
Mari
(Vita avventurosa di un’acciuga cantabrica / Lucio Di Cicco / L’Orma Editore / pp. 180 / € 18,00)
