
Quattordicesimo libro dell’anno.
Spiaggia, letto, terrazzo al mare. E poi ancora spiaggia, letto, terrazzo al mare. Ecco dove ho letto il secondo capitolo della storia di De Giovanni, che era stata una delle letture del Drink Book Club, L’orologiaio di Brest.
Ad agosto su queste pagine non ci ho voluto mettere piede, ma di pagine ne ho lette parecchie, perché il prossimo appuntamento del Drink Book Club, quello di settembre, ha richiesto un bel impegno e di libri ne ho letti due, che vi racconterò a tempo debito quando ne avremo parlato anche con le amiche di avventura.
Che dire di questo libro, Il tempo dell’orologiaio, Maurizio De Giovanni (Feltrinelli)? Avevo voglia di arrivare fino alla fine. Non avevo apprezzato l’idea che la storia fosse stata divisa in due libri, ma ero rimasta contenta quando avevo saputo che per la seconda parte non avrei dovuto aspettare troppo tempo. Dopo averlo comprato, però di tempo ne ho perso un pochino io, ma questo poco importa perché alla fine sono riuscita a chiudere il cerchio.
De Giovanni è bravissimo con le parole, che sono semplici e adatte a tutti, senza mai scadere nel banale ed è bello il passaggio che l’autore fa tra presente e passato, dove in qualche modo si racconta la storia dell’Italia, con aspetti che non tutti conoscono e che vale la pena di riportare alla memoria. Però, come era successo nel primo libro, se la narrazione è molto più che meticolosa per tutte le pagine del libro che ti conducono fino alla fine, quella fine è secondo me un po’ troppo affrettata, quasi che le pagine ti scappassero da sotto gli occhi.
In questo secondo capitolo Carlo Malvasi, che per oltre quarant’anni è stato latitante, torna in Italia, con suo figlio Andrea, che fino a qualche giorno prima non sapeva nemmeno di avere un padre. Lui, Andrea, fino a qualche momento aveva vissuto la vita di un professore universitario senza troppi grilli per la testa, se non fosse stato per l’incontro con Vera, la giornalista, che vuole scoprire perché il padre è rimasto ucciso in un attentato nel 1984. Ed è proprio lei a sparire nel nulla. Il passato, con tutte le sue ombre, torna ad essere presente, perché è solo risolvendo i nodi del passato che oggi si arriva alla soluzione, andando a scuotere acque che sono a dir poco torbide.
Da leggere? Sicuramente sì. Poteva essere un libro piuttosto che due? Assolutamente sì.
De Giovanni è bravissimo con le parole. Scrive in modo semplice e accessibile, senza mai scadere nel banale, e mi piace molto il continuo passaggio tra presente e passato. Sullo sfondo si racconta anche un pezzo della storia d’Italia, con vicende e lati oscuri che non tutti conoscono e che vale la pena riportare alla memoria.
Però, come mi era già successo con il primo libro, ho avuto la stessa sensazione: la narrazione è meticolosa, costruita con attenzione fino alle ultime pagine, ma poi il finale arriva troppo in fretta. Quasi che, proprio quando tutto dovrebbe finalmente trovare il suo spazio, le pagine cominciassero a scappare da sotto gli occhi.
In questo secondo capitolo Carlo Malvasi, latitante da oltre quarant’anni, torna in Italia insieme a suo figlio Andrea, che fino a pochi giorni prima non sapeva nemmeno di avere un padre.
Andrea, fino a quel momento, aveva vissuto la vita tranquilla di un professore universitario, senza troppi grilli per la testa. Poi era arrivata Vera, la giornalista che vuole scoprire perché suo padre sia morto in un attentato nel 1984.
Ed è proprio Vera, adesso, a sparire nel nulla.
Il passato, con tutte le sue ombre, torna così a farsi presente. Perché è solo sciogliendo i nodi di quello che è successo tanti anni prima che si può arrivare alla soluzione di ciò che sta accadendo oggi. E per farlo bisogna andare a smuovere acque molto, molto torbide.
Da leggere? Sicuramente sì.
Poteva essere un unico libro invece di due? Assolutamente sì.
(Il tempo dell’orologiaio/Maurizio De Giovanni/ Feltrinelli/ pp 240/ €19)
Mari
